Benvenuti nello Studio d’arte Mario Russo, spazio di espressione e riflessione dove la pittura si intreccia con la parola e il pensiero critico.
“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.”
(Dante Alighieri-Inferno, canto XXVI)

Mi chiamo Mario Russo, sono nato a Napoli nel 1952, sono ultrasettantenne in pensione, da sempre ho camminato e cammino sulle orme della parola e del colore.
Autodidatta. Nessuna scuola o indirizzo di studio specifico.
Fin da ragazzo ho sentito che ciò che mi circondava meritava di essere raccontato: su una tela, in un verso, dentro una storia. Guardare, osservare per bloccare l’attimo meraviglioso dell’intuizione dell’idea che schietta nasce all’istante.
Sono un artigiano dell’espressione estetica dell’interiorità e dell’animo umano. Le mie opinioni, i miei sentimenti e i miei pensieri li offro all’ ambito sociale, morale, culturale, etico o religioso cui appartengo.
E’ condivisione non appartenenza.
Scrivere e dipingere non sono stati due percorsi distinti, ma due modi per osservare e restituire al mondo, alla vita ciò che appartiene ad essi. Le collettive, le mostre, i concorsi letterari… complementarietà che spesso, molto spesso hanno dialogato tra loro perché sintesi delle mie stesse visioni sul reale accompagnato dall’interiorità onnipresente.
Credere per decifrare il momento che il tempo ti ha regalato. Ed è in quel preciso momento che ti accorgi che lo stesso non lo hai ingoiato ma lentamente masticato. Questo inesorabile adagio percorso mi ha accompagnato sino ad ora… e vorrei ancora continuarlo. Non mi interessano i premi. E non è presunzione ma trasmissione. Quello che conta è “svegliare” l’attenzione nell’osservatore, nel lettore, nell’ascoltatore.
L’arte consente di trasmettere emozioni in modo potente e creativo. Lo stato d’animo, esperienze e sentimenti possono essere compresi e interpretati dall’osservatore. Del resto, questo è il compito dell’artista.
Non è stato semplice, bisogna pur dirlo. Ora che ho più tempo libero (sono in pensione) è mio dovere trasmettere quanto più possibile poiché la nostra attuale realtà ci stringe sempre di più verso una direzione di assoggettamento completo.
Questa mia partecipazione nasce come gesto di resistenza. In un mondo che corre, verso il rumore e l’indifferenza, provo a creare spazi di ascolto e pensiero. La pittura, la scrittura, la poesia: sono per me atti di coscienza, tentativi di salvare l’umano che ci abita.
L’arte come mezzo di protesta, di riflessione e di espressione critica.
Quella forma di creazione la cui scintilla sempre provoca continuità e appartenenza a quella scia che stuzzica, ti appartiene e che pervade la tua piccola missione. Creare per rimanere ed essere ancorato alla propria evoluzione e trasmetterla. E bisogna pur dirlo: è un appagamento che suffraga la fatica, anche di notte, che ha pervaso e pervade quei momenti. Ed è un atto di fede.
Un cammino tra immagini e parole
Il mio percorso inizia da bambino… mio padre e le storie dei cavalieri della tavola rotonda, la guerra di Troia, la disfida di Barletta, a seguire, la conoscenza delle immagini, di quando soprattutto ci portava al cinema e quanto quei film sapevano trasmettere, i libri di avventura, la scoperta degli affetti e… Napoli.
Sono stato fortunato.
Quante cose, quante emozioni. Belle e brutte, come tanti. Inerpicandomi tra esse come non potevo avvertire la necessità di realizzare nei primi disegni a matita, pastelli, carboncino. Rappresentazioni scaturite dalla necessità di esprimere risposte agli interrogativi naturali del crescere. Per non dimenticare la perdita di un genitore, mio padre che tanto mi aveva trasmesso. Avevo sedici anni. I miei perché erano altrettanto allargati alla realtà che andavo incontrando con le lunghe camminate per Napoli e alla possibilità di cercare un’occupazione che permettesse di apportare un aiuto in famiglia. Vedevo tanto e memorizzavo nei primi scritti quanto osservato e provato… bellezza, bruttezza, stati d’animo e non mi appagavo mai. Crescevo e sempre alla ricerca, sempre a trovare necessarie risposte alle domande che mi ponevo. Per non parlare dell’aiuto concreto verso gli altri.
Sono stato il fondatore di un’associazione di volontariato a Napoli che si occupava di alleviare disagio e sofferenza e quante volte abbiamo dato voce a chi non aveva la possibilità di farlo. E come? Attraverso rappresentazioni artistiche: la pittura, la musica, le parole… Il gesto, l’azione, la spinta ad essere “diverso”.
Scuotere ciò ch’è sopito, nascosto, per varcare la soglia della felicità.
Era la mano, l’aiuto, il sorriso, non c’era il dolore là. Tanto tempo fa.
Poi sono andato in Puglia, in seguito l’Abruzzo ed ora in Piemonte.
E vivevo nell’alternanza dei vari periodi che abbiamo avuto negli anni e che viviamo alla luce dei tanti accadimenti storici e sociali che si sono susseguiti e si susseguono.
Affermare che oggi l’ uomo attraversa, vive, quella sindrome che potremmo definire “crisi sociale, esistenziale”, non è peccare di pessimismo. L’ uomo della strada avverte lo smarrimento in relazione al potere e stupito si domanda che futuro gli verrà riservato e il domani gli appare come un grosso punto interrogativo poggiato sugli interessi privati, politici e sociali della minoranza che detiene il potere e che aumenta sempre più.
E per chi si tuffa nell’esperienza artistica come può non seguire la realtà che lo circonda? Pittura, narrazione, poesia: non scelgo tra le forme, mi è sempre piaciuto abitarle tutte. Perché ogni mezzo è utile quando si cerca di dare voce a ciò che non può restare in silenzio.
All’ artista non rimane altro che cercare di sensibilizzare attraverso la sua opera il messaggio da raccogliere nel religioso rispetto dell’umana dignità. L’uomo non può essere lasciato solo.
Purtroppo la nostra realtà umana e sociale non può essere catalogata come un caso isolato. Il quotidiano è di tutti come lo può essere un caffè o l’acquisto di un giornale.
E un contrastare un’ inesorabile, moderna condanna a morte senza appello che questa realtà applica,dilagando e mietendo vittime in ogni ceto sociale; sono i nostri figli che al sistema, all’ insoddisfazione, al progresso, al consumismo, domani, potrebbero essere immolati sull’ altare dell’ indifferenza e degli egoistici interessi.
Non c’è tempo per delegare agli altri le proprie responsabilità, ognuno deve uscire dall’ immobilismo, dall’apatia, dall’indifferenza; deve agire, fare, se vuole conservare quel poco che gli rimane… e una rappresentazione artistica deve avere la possibilità di intrattenere, far pensare.
Una poesia, un quadro, un racconto, una rappresentazione artistica è un valido contributo al
cambiamento…

La mia arte: tra denuncia e delicatezza

Il versetto 4 del Salmo 77 recita: “Tu tieni desti i miei occhi, sono turbato e non posso parlare.”. Questo versetto descrive lo stato emotivo e fisico del salmista, che si sente turbato e incapace di esprimere le proprie emozioni a causa della sua inquietudine interiore.
Proprio in virtù dell’inquietudine interiore bisogna esprimere quanto si constata. Gli occhi guardano, osservano e vogliono traduzione immediata. Conoscenza approfondita. Girando e rigirando la mente creativa vara. E il turbine appaga l’immediatezza del gesto in pittura o scrittura. E’ necessità.
La mia “arte” non vuole essere ostativa a correnti o periodi. Ho sempre voluto essere libero di esprimermi e non legato a correnti o pensiero.
Libero sono nato e libero ho voluto esprimermi.
Tra altalenanti periodi ho sempre voluto avere un esaustivo appagamento verso quell’opera o quell’altra. Ho cercato e cerco di esprimermi in diversi modi in relazione all’emozione del momento.
Prevalenza realistico. Denuncia e delicatezza si sono alternate senza alcuna remora: sia in pittura che in poesia come strumento per criticare e sensibilizzare la società su problematiche sociali, politiche, o umanitarie.
In pittura posso dire che nelle esposizioni cui ho partecipato ho sempre cercato di salvaguardare gli animali e il disagio dell’uomo. I quadri sono stati sempre accompagnati alla base da una poesia che esprimeva la mia posizione. I felini e la loro salvaguardia come altrettanto gli uccelli. Per l’uomo la sua realtà d’animo e di spirito in rapporto al consumismo, alla guerra e alle ingiustizie sociali. Alcuni dipinti possono essere visti altri no perché non più in mio possesso.
La denuncia nell’arte non è un fenomeno nuovo, ma continua a svolgere un ruolo importante nella società contemporanea, offrendo una voce a chi non l’ha e contribuendo a far emergere problematiche spesso trascurate o silenziate. Una prova tangibile fu la mostra “La strada” al Maschio Angioino di Napoli. Gli “artisti” gli scugnizzi. Fu organizzata dall’associazione che presiedevo. Quanti problemi avevano denunciato/presentato i ragazzi alla Giunta Comunale.
La denuncia nell’arte può contribuire a scuotere le coscienze, a promuovere un dibattito pubblico e, in alcuni casi, a generare un cambiamento sociale.
La “mia” delicatezza. Nella vita, l’eleganza è una qualità che incanta e affascina. Nell’arte, le cose non funzionano diversamente.
L’eleganza è un elemento ricercato frequentemente, un tratto che conferisce alle opere un senso di raffinatezza, armonia e grazia. L’eleganza può essere manifestata attraverso una varietà di elementi, come le linee fluide, la composizione bilanciata e l’uso accurato del colore.
Potrei indicarvi fra i tanti due mie opere “Vaso d’argento” e “Estate”.
Nel primo volevo esprimermi con il metallo e scelsi l’argento, un’esplorazione personale, che ha tentato altresì di trasmettere una rappresentazione di un sentimento e immagini che cercano di spaziare oltre non tralasciando i legami che sono venuti prima.
Nel secondo ho cercato l’infiltrazione della luce e la sua direzione che si snoda attraverso atmosfere forse evocate (la stanza e la veranda), luoghi e forme differenti che si fanno interpreti del profondo legame con lo sguardo che prende e s’adagia là dove poi la punta del pennello o quello della penna si ritira e attende.
Una voce che continua a raccontare

Oggi, a settantatre anni, continuo a scrivere e dipingere con la stessa sete di senso che mi ha mosso da ragazzo. Non cerco l’applauso, ma l’incontro. Ogni opera, ogni pagina, ogni quadro… è un invito a fermarsi, a guardare meglio, a sentire di più. Perché un’opera d’arte come un dipinto, una poesia o un racconto è una storia.
La scienza ha ormai dimostrato che le narrazioni possiedono un’ utilità inestimabile: ci rendono più empatici, più disposti a comprendere e ad ascoltare gli altri, più capaci di nominare i nostri sentimenti e le nostre angosce e di affrontarle. Essere più bravi.
In una società attuale come la nostra che ci offre comodità e tecnologie straordinarie, ci sottopone anche a un rumore incessante e la stimolazione continua tende a tenere la mente in uno stato di costante allerta, causando stanchezza mentale e fisica. Questo fenomeno ha conseguenze tangibili: aumenta lo stress, riduce la capacità di concentrarsi e ci rende più reattivi e meno riflessivi.
Da qui la necessità del silenzio.
Immergersi in esso e contemplare, improvvisare pensando alla bellezza che lo stesso produce in noi, riavvicinarci a noi stessi e alla nostra essenza e liberarsi da pensieri inutili.
Ed è in questo stato che lo scrivente artigiano promuove il suo racconto. Quella narrazione capace di creare uno schizzo di colore, immagine, una parola con virgola o un incipit per presentare la trama.
Come è possibile che ciò non possa avvenire? Risposi ad un amico “Perché non sei attento alla voce che ti parla. Ti distrai!”. Raccogliere anche il passo improvviso di un uccello o il battito del proprio cuore o un insetto su un ramo o il pensiero di una scarpa rotta per rappresentarla in una natura morta… o altro.
Perché rimanere inerti quando lo sguardo o il pensiero possono oltrepassare tutto il ciarpame che ci viene presentato? Siamo nati per elevarci e per costruire non per intorpidirci e la conoscenza è alla base di tutto per cui se dobbiamo essere veri raccontatori dobbiamo avere la pazienza continua di comunicare. E tra due persone A e B o viceversa la pazienza dell’uno dev’essere direttamente proporzionale all’ignoranza dell’altro. E’ un lavoro impervio ma non da escludere.
C’è bisogno di fare questo non fosse altro per lanciare un sasso nello stagno. Sarà perché ho operato nel sociale, sarà per come ho vissuto l’infanzia, sarà perché ho dovuto affrontare necessità forti alla morte di mio padre certo è che l’aiuto che bisogna dare all’altro non deve essere messo da parte.
L’arte come terapia. Ho sempre cercato di permettere agli individui di esprimere in maniera creativa il proprio vissuto interiore, favorendo così uno sviluppo personale ed emotivo. Esprimere emozioni e sentimenti difficili da verbalizzare attraverso le parole o immagini. Dare voce alla propria immaginazione e far nascere la creatura ch’è là, dentro ognuno di noi.
Così questa poesia, delicata e immensa, che evoca la mente creativa come se fosse un campo innevato, come se fosse il silenzio dopo la caduta di un fulmine mi piace talmente tanto che ho deciso di condividerla:
“sono una piccola poesia / su una pagina con spazio / per un’altra. / Condividi con me / questo campo bianco / largo come un acro / di neve chiara / ma per questi minuscoli segni / come il passi di uccelli. / Vieni adesso. / Questo è il trogolo dell’ onda, / il secondo dopo il fulmine, / sottile fetta di silenzio / mentre la musica finisce, / il congelamento prima dello scioglimento. / Affrettarsi. / Sdraiati accanto a me. / Crea angeli. / Crea diavoli. / Crea chi sei”.
La mente creativa è un campo innevato, è il silenzio dopo la caduta del fulmine. In esso si rifugia nei suoi
anfratti chi intende, come me, perseverare ancora fino a quando la voce mi dirà “Sono stanco”. Noi viviamo qui e ora. Quando andrò via avrò lasciato qualcosa…

