
La poesia napoletana: voce autentica di un popolo
Non riesco a ricordare dove lessi, tempo fa, una ironica sentenza di un importante letterato del XVIII secolo non rammentando neanche chi fosse costui.
Insomma, diceva all’incirca che ormai i poeti bisognerebbe sopprimerli in fasce, una sorta di strage degli innocenti, per impedire che gli innocenti si tramutino più tardi in esponenti del genere dei “poeti”, specie dannosa e inutile al giorno d’oggi…
Bisogna sorridere (ed anche consentire, se si pensi a certi seccatori che ci affliggono von versacci sgraziati) ma la verità è proprio un’altra: vi è un bisogno di poesia, urgente, necessario, disperato. E Napoli chiede più degli altri luoghi del mondo questo prezioso alimento, un’aria che impedisca alle sue memorie, alle sue superstiti dolcezze, di appassire sotto lo squallore oggi imperante… Napoli fece lievitare canzoni e versi e ne sparse il polline su tutto il mondo.
Napoli è città “inzuppata” di storie, ricchezze culturali e colma di una vitalità che accende l’atmosfera stessa. Sono provocanti le emozioni e in detto contesto la poesia s’innalza come un livemotiv avviluppato a storie, fatti, vicende, avvenimenti e agli amori e alle tradizioni dei vibranti napoletani.
La poesia per i napoletani è espressione d’arte, è patrimonio culturale che strega rapisce. Napoli è una poesia. E’ narrazione autentica.
La vita di Napoli è scritta in dialetto, narrato soprattutto dalla poesia di cui si offre il meglio in una selezione epurata da bozzettismo, folclore e luoghi comuni che contaminano le rappresentazioni della città. Attraverso la poesia, il dialetto acquista la forza di una lingua dove, come sottolineò Benedetto Croce, “suono e immagine si compenetrano interamente”, nei suoi stretti legami con la canzone, la poesia riesce a manifestare la grandezza di una civiltà esprimendo canoni stilistici che spesso non hanno, come nota Pasolini, “equivalenti in lingua”.
“… e me manc’ ‘o mare
nun voglio cammenà
suonne doce e amare
nun se ponne scurdà
… e me mac’ ‘o mare
è pucundrìa ca spija
tuzzulèa porta culòr
a chesta vita mia.
Uè uè, bisogna mantenere viva la napoletanità. E anche la napolitudine.
La prima è “quello stato dell’anima, un modo di intendere la vita, di ricordare, di amare, un’attitudine allo stare al mondo in modo diverso dagli altri. Insomma, una visione ironica della vita”. (così scrive V. Di Giacomo).
La seconda è una parola formata da Napoli e latitudine avente come collante la malinconia (A. Siani). E’ un tipo di nostalgia inspiegabile, perché a me Napoli manca sempre in quanto è la mia città nativa e la porto sempre con me pensando a “Chello ca me passa pa’ capa”.
E soprattutto nasce spontaneo di restituire a Napoli quello che Lei ha dato a noi: cultura, tradizione, scienza, tecnologia e importanza storica.
E anch’io, napoletano “all’estero”, mi sono cimentato e tutt’ora mi cimento “cantando” nella mia natale lingua.
“… verrà il Signore ma non si sa quando, beati quei che troverà cantando…”
Il contenuto di questa pagina, incluse tutte le poesie, è protetto dal diritto d’autore. Mario Russo si riserva tutti i diritti morali e patrimoniali relativi alle proprie opere. Qualsiasi forma di riproduzione, modifica, distribuzione, pubblicazione o sfruttamento commerciale senza il previo consenso scritto dell’autore è espressamente proibita e sarà perseguita a norma di legge.





