Stormi di anatre
(un momento di ieri, del passato)

Stormi di anatre migratrici si levavano in volo dagli stagni e dai laghi per iniziare il lungo volo verso le regioni del sud. Il fogliame delle piante mutava il colore. Le fogli avvizzite rossastre, brune, dorate cominciavano a staccarsi dai rami e cadevano sull’erba coprendola quasi del tutto. L’umidità del bosco e le piogge le avrebbero mescolate al terreno, rendendolo più fertile.
Così era stato anche per loro due che seguendo i subdoli incontri delle trattative segrete adesso erano là nascosti tra gli alberi per seguire il drammatico epilogo di quella sciagurata guerra: un’agguato al re. Falsa la promessa della pace.
La loro perfidia s’innalzò al cielo quando le loro anime scivolarono tronfie insieme alle frecce che tagliarono l’aria andando a colpire tutta la scorta dello sventurato sovrano. Inutilmente aveva sguainato la spada.
Nel giro di pochi istanti rimase solo. Avvilito.
Ancora con l’arma in pugno e con la rabbia negli occhi non riusciva a credere alla scorta annullata. E in un improvviso silenzio carico di tradimento si ritrovò circondato da una moltitudine di nemici. Tentò un attacco, indietreggiò, contrattaccò disperatamente tentando di aprirsi un varco. Niente. Cedette e retrocesse. Aveva perduto ma aveva ancora lo sguardo fiero.
Là in fondo, nel fogliame più fitto, risi maligni accompagnavano il momento dello sventurato.
Quel re, quel coraggioso re, adesso era prigioniero. Aveva commesso l’errore di fidarsi del suo cuore. Quando li vide in volto nel suo petto scoppiò la furia, l’ira che di lì a poco trasformò la sua nobile anima in un deserto. Negli occhi loro trovava quel male che sempre aveva combattuto e che ora non aveva confini.
Urlò con tutto il fiato che aveva in petto.
E quell’urlo salì al di sopra delle nuvole sconvolgendo il profondo del suo essere. Travolse il suo sogno trasformandolo in una oscurità senza un barlume che potesse trafiggere quell’inganno. Lo strenuo sguardo si capovolse fino a toccare le loro dannate anime.
Erano in balia di una sensazione che stava sconvolgendo il loro odio. L’oltraggio che avevano perpetrato sembrava stesse ribaltando su di essi e la paura fu tale che istintivamente uno di loro lanciò stizzosamente lo sciagurato ordine che pose fine alla vita di quel re.
Non ebbe neanche il tempo di alzare la mano che fu trafitto da innumerevoli frecce. Cadde al suolo travolgendo quella paura che s’inerpicava in quelle risate isteriche che soffocavano il respiro del bosco…
La stanza…
(un momento di ieri, del passato)

La stanza era immersa nel silenzio. La luce filtrava attraverso i vetri delle finestre spandendosi sulle tappezzerie ed imprigionandosi fra i fili di lana, di seta e d’argento. Sulle panoplie la soffusa presenza truccava i segni tangibili di avi e di gloria.
Quell’atmosfera era intessuta di bellezza e ricordi di storia muti ed eloquenti.
Era una camera qualsiasi di quel grande castello reale e donava al pensiero taciti accenti che si posavano e si rincorrevano ma importunati dagli echi provenienti dai corridoi.
Era in atto una confusione rumorosa che s’avvicinava sempre più. Voci secche e perentorie erano rotte da grida e rumori di sedie capovolte, c’era trambusto. Si avvicinavano. Una corazza cadde dal suo basamento nel mentre qualcosa l’aveva urtata con un tonfo violento.
Ci fu allora un grido secco ed un’invettiva.
Come d’incanto tutto cessò e nel breve momento che calò su quella strana pausa qualcosa d’indefinibile e di gelido scese in quella stanza. La luce del giorno s’affievolì di quel tanto che il clima che in essa si respirava divenne poco trasparente. Pesante. Quella tristezza istantanea s’accompagnò ad uno smarrimento del pensiero che divenne perplesso e dimesso, l’imponderabile ed il misterioso caricò quella sosta di un sentimento dolente.
E la paura non ebbe più dubbi quando capovolse l’attimo in cui la porta fu spalancata violentemente per entrare.
Era stato uno dei tre uomini che portavano con forza un quarto che cercava con tutte le forze di divincolarsi da quella presa paralizzante. Era sostenuto per i lembi dei pantaloni e sorretto, da uno, con il bavero della giacca e, dall’altro, tirato per i capelli. Il terzo che aveva aperto la porta cercava di tenerlo saldo per le caviglie. Il malcapitato digrignava i denti poi, urlando a squarciagola e con lo sguardo strabuzzato, tentava di allontanare il terrore che si era impossessato di lui. Seguiva un secondo disgraziato che a forza di spintoni e grida esasperate veniva trascinato anch’egli là dentro. Questi era vinto e col capo abbassato evitava la ridda di pugni, sputi e rimproveri che gli erano inflitti senza pietà.
Erano belve umane quegli aguzzini.
Non perdonavano neanche il loro disappunto. In essi cresceva sempre più rabbia, l’esecrazione. Trascurando le loro anime erano quindi pronti ad uccidere. Quei tormentatori crearono il culmine della loro violenza in un gesto scellerato gettando dalle finestre senza tanti complimenti i due messi imperiali.
Vino e carte poi li avvolsero…
Quella casa era…
(un momento di oggi, del presente)

Quella casa era fatta per vivere caldi ricordi. La riscaldavano. E si incontravano nell’ampio respiro quando lei usciva sul belvedere. Il cuore era solleticato da mille piccole luci. E con essi si accendeva. La sua vita la trascorreva così e non andava oltre il primo gradino della lunga scalinata che portava giù in paese.
La vecchia signora s’avvolgeva nel suo grande scialle e girava per la casa e in giardino fino a quando non decideva di fermarsi e raccogliere l’invito del momento. E lentamente se l’avvolgeva intorno al cuore come una matassa. Poi, non chiedeva più niente fino a quando non lo dipanava per vederlo fluttuare nell’aria insieme alle note che uscivano dalle sue melodie quando decideva di suonare il piano. E salivano, scendevano, rallegrandole il cuore e stuzzicando i minuti di quei momenti. Quelle brevi frazioni di tempo si smuovevano regalando ai suoi ricordi la stesa, immediata magica emozione rivissuta anni prima. E non provava malinconia ma appagamento.
Serenità.
Alla vita non chiedeva più niente. Era molto stanca. Aveva girato tutto il mondo e aveva deciso di finire il suo tempo in quel luogo scelto anni prima. Da lassù guardava alla sua vita senza rimpianti, senza dolore. Ne era valsa la pena.
In quell’immensità la sua debole vista cercava di prendere l’annunzio che le si manifestava intorno. Era stata fortunata. Ed era stato meraviglioso vivere gli istanti che le si erano presentati. Aveva sempre vissuto il momento. E ne era fiera. Non si era mai voluta stancare con il dolore, le afflizioni. Le aveva sempre lasciate agli altri, le ripugnava. Non aveva mai provocato tormento. Lo aveva sempre combattuto e per questo forse era stata gratificata dal Cielo. Aveva vissuto felici scorribande e in quell’andare aveva anche trovato il suo compagno che non c’era più, con il quale era stata fra le stelle e le profondità del mare. Quanto aveva sognato… quanto. E ogni momento concluso aveva liberato la strada all’apparire dell’altra. La loro esistenza si era sempre divisa in tante possibilità di ogni giorno, ad ogni passo, ogni pensiero, cogliendo quelle gioie comuni che si apprezzano soltanto quando ne sei stato certo.
Cercò di seguire la voce di una stella ma qualcosa le suggerì che quell’aspirazione era troppo ardua e fra la voce e l’aria si adagiò nel dimenticato, nel cancellato. Ebbe un fremito. Smarrì l’orientamento e senza pensare s’abbandonò sulla panca di legno. Lo stordimento che l’assalì la raccolse in un sonno che presto le fu dolce…
Seminascosto…
(un momento di oggi, del presente)

Seminascosto dalle macchine parcheggiate la seguì per tutto il cammino e quando lei varcò il portone aspirò altro fumo dalla sigaretta, l’ultimo. Lo cacciò nervosamente dalla bocca e lanciò lontano il mozzicone.
Come un ladro si guardò intorno. Non c’era nessuno. Era pronto. Un tentennamento inusitato scalfì la sua anima di vetro. E si sentì improvvisamente perso. Cominciò a tremare. Conosceva bene questa parvenza di malessere che lo assaliva sempre in precedenza. Lo avrebbe smussato telefonando. Si tirò il cappuccio del giaccone sulla testa perché quella pioggerellina fina, adesso, lo infastidiva e s’incamminò in direzione del suo antidoto.
Quando fu dentro la cabina si adirò perché non riusciva a trovare la scheda che s’era portato appresso. La trovò e febbricitante cominciò a formare il numero che conosceva come la sua disgraziata solitudine. L’avrebbe trovata. Era salita da poco. Lo sapeva. Lungo quegli interminabili secondi cercò di aggrapparsi alla sua disperazione che scandiva errando sul palcoscenico del suo teatro. Aperta rappresentava il suo dramma. Il suo delirio.
E culminò poi nell’immediato appagamento che giunse nel momento in cui sentì il suono della parola… un sottile piacere pervadeva il suo essere, piano piano curava quella sua consapevolezza che gli indicava come il suo turbamento si potesse trasformare in benessere. Affliggeva e incassava ebbrezze mute che aumentavano la sua perversa febbre.
Silenzioso come un serpente ascoltava. Il suo ottuso e assurdo godimento glorificava quell’infierire senza sosta in un travaglio di paura e dolore che non conosceva. Più insisteva e più scalzava gli ultimi brandelli di coraggio dell’ennesima martire… Si guardò le unghie. Sempre le rosicchiava prima di portare a termine la sua missione. Rodeva anche la sua anima come un strozzino. Penetrava nella sua follia fino a quando dalle ferite che si procurava usciva il sangue. Si acquietava. Si lasciava andare e in quella debolezza che sopraggiungeva, ripassava tutte le azioni che avrebbe dovuto compiere nel suo scellerato ruolo. E sul ricordo che a tratti si presentava privo di parola o assordante sbocciava un pianto. Lo assaliva e leniva la nuova macchia che aveva imbrattato la sua anima.
Stizzito riattaccò e nascose la sua mano nella tasca. Non gradiva più sentire e né pensare. Chiuse quello che era il suo cuore e decise che ne aveva abbastanza, ormai, dei pedinamenti compiuti e delle telefonate effettuate. Sentiva soltanto che doveva agire e s’avviò sulla sua infermità come un gatto. Appena che fu davanti alla porta della predestinata strinse risoluto la bomboletta dello spray e guardingo pigiò il campanello.
Cominciò ignifero a conversare con la sua sciagurata eccitazione. L’ennesima.
Tutto…
(un momento di domani, del futuro)

Tutto era grigio e nero, il cielo, le nuvole e l’enorme distesa liquida. Su di essa spuntavano le estremità degli edifici, lontani. Irreale quello spazio che la circondava, ma era così. La disperazione era intervallata dai gesti concitati, dall’ennesimo grido di soccorso svuotato. I pensieri rattoppati si susseguivano ritornando… per rivedere, cercare…
Sola in quella vastità tentava di dominare l’incertezza, la pena e la paura che lentamente prendevano possesso. Non si capacitava. Era paradossale. Cercò di strizzarsi alla meglio gli indumenti inzuppati. Poi, per l’ennesima volta si guardò intorno girando sull’ultimo largo spigolo che reggeva le labbra della grande statua. Era frastornata, il provvidenziale ormeggio leniva lo scoraggiamento. E di nuovo iniziò la pioggia. Pioggia nera.
Un brivido la percorse tutta consumandosi su un dubbio che respirava il tormento di quello stato. Lontanissimo il mondo di prima.
Tutto era successo in un modo così imprevisto. Ricordava soltanto di quando stava camminando in quella stradina. Improvvisamente s’era udito un’enorme tonfo e un rumore incessante che si inoltrava, scorreva… Quando si era girata l’onda si era riversava impetuosamente trascinando tutto quello che incontrava. Il tempo di smarrirsi ed era stata travolta…
Si era risvegliata galleggiando sulla vastità. Ricordava pure il dolore sordo, lancinante, percepito sulle cosce per l’urto contro qualcosa di metallico. Lo stordimento. Il silenzio fra quelle masse di liquido nero, uno scatto, la risalita, il ritorno e respirare gridando. Guardarsi intorno e nuotare con tutte le forze per raggiungere… il volto della grande statua intravista fra il dolore e la sopravvivenza. Raggiunta la barba s’era tenuta stretta fra gli interstizi della stessa. Lo sforzo nel salire ed era stato poi il provvidenziale labbro inferiore. Era là, ora.
Intorno era tutto inondato. Ed era inverosimile guardare e non credere.
L’estensione di quella realtà era imballata da quella situazione che sconfinava e sfumava il respiro ricercando lontananze forse solo sognate. Era delirante quello sforzo, quella solitudine.
E dalla memoria rimbalzarono echi lontani di volti, di ricordi, di colori, di forme che cercavano di mitigare quel dolore che era là. Non c’erano rimedi per sedarlo. Si smarriva, ogni volta che sezionava un pensiero la vastità del momento la faceva naufragare nella disperazione. E fu sdegnata. Gridò con tutto il fiato chiudendo e serrando le mani. Più volte gridò rimanendo infine con il silenzio della pioggia costante. Esausta, si spostò più su raggomitolandosi sotto le narici del naso della statua piangendo lentamente.
Il giorno volgeva alla notte immerso sotto quella pioggia fina e fitta ma sempre nera.
Il vento sconvolgeva…
(un momento di domani, del futuro)

Il vento sconvolgeva la superficie dell’oceano sollevando enormi onde e lo sliei volava impavido e tranquillo in mezzo a quelle masse rosa. Aveva un incredibile audacia il volatile, s’abbassava a sfiorare quell’acqua in subbuglio, scivolava sulle creste delle onde, s’infilava nelle mobilissime valli aperte tra un frangente e l’altro, li percorreva rapidissimo e ne usciva, perfetto il tempismo, prima dell’abbattimento addosso delle liquide pareti. Poi si innalzava. Sfruttava saggiamente la forza del vento e si faceva portare in alto… volare, andare…
Da sopra quella balza rossa seguiva l’intrepido volo dell’uccello. E in quel volo trovava la protezione dalla malinconica lontananza priva di ali. Gli regalava regolari nostalgie galleggianti alla fonda nei suoi ricordi. Solo rifugiandosi là li poteva toccare.
Finito il suo servizio di guardia si recava su quella rupe per visitare accoratamente la vita lasciata e in quei momenti quello era il riparo, il rifugio. Lassù si risvegliavano i lontani profumi nascosti nella sua mente. La luce della stella e il rumore di quel mare lo trasportavano all’aria del primo sole, al giardino fresco di rugiada, ai fiori profumati e al lieve odore del mandorlo…
Ed erano ore, per lui attimi. Passavano rapidamente superando anche il tempo. Gli lasciavano la gioia. Fuggiva poi quando la lanciava sulle onde di quel vasto mare aperto alle porte dei suoi ricordi. Resistevano e bruciavano dentro, alcuni. Altri, invece, tornavano in quanto tentazioni e non si stancavano. E quando l’uccello gli passava sopra, dentro, erano lacrime di struggimento. Neanche il desiderio poteva eliminare.
Lo sliei gli portava il pianto e il sorriso lontano, lontano… E lui si perdeva rincorrendo l’amore e il dolore. Lo sguardo pieno d’affetto tracciava direzioni spiegate all’infinito. Lassù ritrovava gli echi, languivano dentro di sé.
Anche di sera veniva in quel posto. Si affidava alle stelle e all’infinito poneva domande sull’eternità della sua vita e quel vagare tra galassie per sfamare il lupo mai sazio… Il suo lavoro.
Il faro delle torri di Olaim si lanciavano nella pace acquietante. Silenziose passavano le navi di rifornimento verso Pan. Trepidante, da giorni aspettava la sostituzione, l’emozione era forte. Il viaggio di ritorno verso la Terra. Lo aspettava là in alto alla periferia della galassia…
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