Racconto La donna di picche – solitudine e memoria in narrativa visiva

Era lì davanti a me, con l’aria di chi volesse interrogarmi. Quasi intento sull’apparente pace che m’ero imposta. Seduta sulla panchina fra dissolvenze e inquietudine l’osservavo soprapensiero. Il piccolo viale interno di ghiaia attraversava le nostre due realtà come un binario.

La mia mente era altrove. Lontana dal mondo che intorno offriva tranquillità, aria buona e le possibilità di svago che s’intersecavano con i richiami degli uccelli nascosti fra i rami degli alberi del grande parco racchiuso fra i due bracci del fiume. Il sole scaldava la fuga dei miei pensieri ormai rotti. Ero frastornata dai ricordi. Incalzanti si presentavano a pezzi perché assaliti e travolti dalle bruciature. La storia era finita e con essa si era presentata la scelta di essere sola. Ma mi assediava. Quell’amore fuggito mi dava pena. Separato e ormai libero non riusciva neanche a reggersi per mano. Adesso eravamo solo gli amanti perduti. Il tempo divideva quello che m’era rimasto: la richiesta di un buon senso per ritornare alla realtà della vita. Quando toccai poi le ultime parole che ancora echeggiavano istintivamente mi strinsi fra le braccia per proteggermi. Erano state dure e devastanti. Avevano cancellato persino lo smarrimento. Rimaneva solo la stanchezza che come nebbia non mi concedeva nessun approdo.

Come una statua era lì, incrociai lo sguardo dello sconosciuto. Infastidita guardai in alto rilassandomi nel sole… Poi una risonanza a me familiare mi portò ad aprire gli occhi. D’impulso le andai incontro. Ma non era Rico. L’uomo mescolava adesso un mazzo di carte da poker con movimenti veloci e impensabili, era abilissimo. E mi guardava. Ed era come se un coro di voci richiamasse la mia attenzione. Mi ritrovai ad osservare i suoi tratti, le ombre, quella fronte spaziosa, gli occhi profondi, la bocca, il mento, quasi con insolenza, senza rendermene conto. Quel suo visibile piacere e quella sua indomabilità poi mi fecero abbassare lo sguardo.

Mi voltai per nascondergli le lacrime di rabbia e di impotenza che erano state messe alla fonda temporaneamente e che adesso mi stavano spuntando fra le ciglia. Riuscii a trattenermi a stento e, a malapena, affrontai il sorriso di un bambino che mi lanciò un “Ciao” mentre pedalava sul prato alle spalle della panchina ove ero seduta, ignaro del dramma che stavo vivendo. Un vago senso di vertigine alimentava la voglia di immergermi nel silenzio dei miei stati d’animo carichi di frantumi di vita, di fuoco e di tanti duri perché pronti a lottare fra di loro per ottenere un posto di predominio.

Andavo approfondendo, annaspando, emergendo come quelle piccole e innocenti risatine di bimbi che vicino ai bordi della grande fontana circolare seguivano le piroette dei pesci che accorrevano alle briciole di pane che venivano lanciate in acqua. Il pensiero del dolore era lì, fermo, deciso, come sempre, ad annientare la speranza che vorrebbe lo scoppio di pianti di gioia.

Foto bianco nero

Le valutazioni di quell’impressione si susseguivano in ordine sparso a dispregio della ragione che non riusciva ad afferrare quel sentimento che s’era presentato come una nube solitaria. Era dolce e disperato. La fragilità affluiva senza un benché minimo suggerimento di parola o gesto che potesse aprire quel qualcosa che la racchiudeva. Ero stretta, ancorata, ad un apparire privo d’abbandono e carico di un essere che mi imponeva la figura di questo e nient’altro.

Ancora una volta mi lasciai andare nella luce del sole ed in quel tepore cercai di cancellare le tante bugie, gli inganni che gli uomini offrono commettendo continui tradimenti alla loro stessa vita. L’amore non era più un sentimento lontano e immaginario: era entrato nella mia vita. L’amore è parte integrante del destino degli uomini. E’ un bisogno vitale, come bere e mangiare. Io non riuscivo a sfuggirgli. E il pianto s’impossessò di me teneramente. Scendevano lente e liberatrici quelle lacrime. Permeavano di colori e umori diversi anche le nascoste e latenti bugie che cercavano ancora di dissuadermi da quel semplice e misurato abbandono…

Il dolore saliva dal profondo per riflettere in mezzo alle parole dette, in mezzo alla bellezza dei momenti felici, in mezzo ai passi della mia vita vissuta fino a quel momento. E guardavo alla strana vita del dolore, la sua bruciante potenza e al pericolo che può rappresentare.

Tutto ad un passo dal cuore.

Un ragazzo e una ragazza si sedettero accanto allo sconosciuto che ancora giocherellava con il mazzo di carte. La coppia di ragazzi affrontava il proprio momento sapendo cosa volesse e cosa, forse, s’aspettava. Continuamente si stupivano. Non erano soli. Immersi nella luce s’indagavano, si frugavano. Io ero in rotta di collisione.

La forza di quella mia silenziosa solitudine cominciò a scandagliare e trovò quel lontano abbraccio che fu il nostro primo e poi tutto il seguito che venne. Il passato… era una consolazione. Mi crogiolavo, a questo punto, nel flusso della sofferenza. Sollecitata era costante. Sapeva d’imbattersi in ricordi che non le sbarravano il passo. Come era stato bello, forte, il nostro amore. Era stato prezioso. Ci aveva salvato tante volte, tanto, quel nostro strano amore. Eravamo arrivati al punto da sentirci nel sangue. La sincerità ci aveva trasformati in amanti della nostra stessa pace, della nostra stessa specie.

Quel cuore, quell’unico cuore che fine aveva fatto? Non batteva più perché era divenuto selvaggio, violento, ignorante. Aveva lanciato l’urlo. Il grido del distacco del vuoto. Aveva portato l’asprezza. L’ansia improvvisa che spaventa anche quel che resta del taglio che non vuole più vedere, né sentire. Erano i sussulti e quello che rimaneva di quelle tracce di domande spezzate e del che mi resta da fare…

Guardai al ragazzo che girò il volto verso il cielo, in questo lo seguì anche la ragazza. Ridevano. Erano semplici gesti contenenti sorrisi, qualche carezza. In punta di piedi l’amore li portava in girotondo. Straniera in compagnia degli uomini.

Quell’uomo seduto al loro fianco era immerso in una strana attenzione che vagava intorno a quell’interminabile mescolare di carte e mirata a non dipanare la fissità di quello sguardo che non si celava, non si distraeva da una strana speranza, stipata, raggiungibile, forse.

Io invece avrei voluto scivolare, andare, in una profondità interna per trovare e scippare il sorriso del mio ex uomo che mi era stato tanto vicino insieme a quelle sue mani… anch’esse capaci con le carte da gioco. Guardavo ai ragazzi e qualcosa dentro mi scuoteva, mi spalancava al mio lontano e vicino immaginario. Ero in bilico, all’improvviso, fra un’emozione che non conoscevo ed il mio torpore.

In un attimo il giovane affondò le mani nei capelli lunghi e belli della ragazza e l’attirò a sé con una passione tale e inattesa. Quel gesto inaspettato, appassionato, creò in me una carica emozionale. La mia mano andò prima sulla spalla là dove, sottopelle, vibrava ancora quel morso che mi era stato dato quel giorno… La portai poi, lentamente, alla bocca. Mormorai qualcosa d’indecifrabile che suggerì l’ultimo credo che esisteva e si lasciava ancora intravedere. E il cuore aumentò il battito. Vedevo oltre quell’inaspettato gesto che aveva placato la mia ansia. Accese un desiderio che mi portò intorno al mio ultimo orgasmo…

“Sei bella. Non sei più sola e… so dove cercarti.” Queste le parole che mi sentii sussurrare all’orecchio in un flusso ritmico, vibratorio, fluido. L’effetto era stato intenso. Si erano insinuate nella mia intimità svergognandola. Di scatto aprii gli occhi. Cercai. Non c’era più nessuno. Accanto a me, sulla panchina, una carta da gioco: una donna di picche. La carta della solitudine, dell’afflizione. Il seme di quella carta simboleggiava anche l’insidia, gli ostacoli della vita. Adesso maneggiava i miei nervi. Avvertivo un qualcosa di sinistro e cupo che collegai allo sconosciuto e a quella tensione del suo corpo… sembrava aspettasse l’istante propizio per scattare, come un felino, fulmineo e inesorabile.

Continuamente, da ieri, penso a quello sguardo, a quelle parole. C’era qualcosa di famelico, di terribile.

Ed ho paura.

Martinsicuro, 31 luglio 2013

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