La poesia di Mario Russo tra parola e visione

Parola magica, suadente, diario, presenza di emozioni prese a volo, di pensieri che ti portano a “remare” anche controcorrente, luci d’assenza d’assedio presenze…
“Atti di un divenire onnipresente: d’amore, di sociale, di rabbia, di storia. Sprezzante denuncia. Naufragi inaspettati, improvvisi, imprevisti.”
È, si è uomo, creatura che diventa poeta di un divenire mai assuefatto ma pregno di coraggio e disfatta.
Ed è conoscenza. Apertura di un improvviso istantaneo vivere “diversamente”, perché s’apre a un nuovo sguardo, raccoglie visione, prende esistenza.
Un’esistenza che oltrepassa il muro dell’ignorare la bellezza e il sacrificio che comporta la rima: essere poeta.
Un narrare in versi il dolore, il sangue, l’immediato pulsare del cuore.
E in quel contesto, non divaga, ma stringe la narrazione in poche minime parole: “Nato libero”, “Nella mediocrità…” o in un lungo canto d’amore “Ma tu” o denuncia “Cadde Adamo…”
Ci si riconosce nelle cose che si fanno e ci circondano. Si riconoscono gli altri per ciò che sono o per ciò che fanno. Si riconoscono le persone e le loro ultraterrene presenze/assenze attraverso gli oggetti e i ricordi.
E, infine, si ha una riconoscenza verso la vita, verso il mondo, verso coloro che ci hanno permesso di essere qui a dirsi e a dire.
Appuntamento con la morte, con la rivelazione di sé, con l’epifania dell’altro. Con la poesia, con la speranza, con il silenzio, con la natura, con la bellezza, con l’amarezza, con la solitudine, con l’orgoglio, con l’abitudine.
Si è quel che si vive, magari si è costretti a vivere. Si è perché si conosce.
Riconoscere questa verità e se ne è, volenti o nolenti, riconoscenti. Soprattutto allo sguardo, all’osservazione. Presente e sempre attenta.
Qui nasce la parola, il pensiero. Il pensiero si fa linguaggio. Quindi: forma e contenuto.
Lo sguardo che serve a riconoscere se stessi. E’ lo sguardo guardingo, è l’attenzione, il fiuto, se si vuole “costruire” una storia, la propria storia d’amore, di crescita e qui non si può essere distratti, superficiali, non si può spegnere l’attenzione.

Il miracolo della scrittura sta proprio nella sua capacità di materializzare ciò che ci sembra fisicamente distante, impalpabile, sognante.
Dall’immergersi nel profondo si rinasce. Perché è là che ti accorgi di aver “ingoiato il tempo senza masticarlo…”.
La poesia nasce dall’interno della vita e vi si intreccia: “E saprai”.
Un genere che affascina con la sua bellezza e i suoi turbamenti.
Diario che fissa liberamente un’immagine, un’emozione, una riflessione. Tutto vestito di pause, silenzi, sospensioni.
E quando la si scrive, nulla si può omettere, se non la convinzione del testo scritto.
L’immediato ritorno alla vita per come si era lasciata prima dei versi abbozzati.
E si torna sul testo: tra gli aggettivi, le cancellature, le revisioni…
Per impedire che un verbo si innamori di un nome e finisca per mentire.
Tornare, per non essere ordinario. Ritornare là dove la passione per la vita – per le sue manifestazioni, anche le più dolorose – s’aggrappa.
Non ti lascia.
È così.

La poesia è un regno dell’espressione artistica che penetra nel profondo delle emozioni umane e svela pensieri profondi.
Serve come canale attraverso il quale gli individui possono navigare negli intricati paesaggi. E prendere il divenire che ti si offre.
Definire la poesia è come catturare l’intangibile della bellezza.
È un genere letterario che sfida i confini convenzionali, comprendendo una miriade di stili, forme ed esplorazioni tematiche.
La poesia trascende i limiti della semplice prosa, intrecciando parole, ritmo e immagini per creare un arazzo di emozioni, esperienze e prospettive.
Federico García Lorca, a proposito di Neruda:
“E vi dico di disporvi a udire un autentico poeta […]
Un poeta più vicino alla morte che alla filosofia;
più vicino al dolore che all’intelligenza;
più vicino al sangue che all’inchiostro […]”
Cosa dire? La funzione del poeta è questa. Senza alcuna distinzione.
Le mie poesie
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